|
Per un periodo più o meno lungo, i Comuni d’Italia (e quelli molisani
non secondi a nessuno) hanno intascato cifre enormi da una speculazione
“intelligente”, che si copriva con il manto della legalità; anzi, è
stato considerato da sempre, il rimedio alla diffusa illegalità: quella
di percorrere percorsi stradali non rispettando i limiti di velocità che
la legge impone.
Avevano i nostri solerti amministratori, dato finanche l’impressione di
rigidi custodi dell’illegalità diffusa. Ed addirittura, non era raro il
caso del Sindaco-sceriffo, di quell’amministratore solerte che si
sostituiva al vigile ammalato o assente dal servizio, per procedere in
prima persona all’irrogazione di multe salate per i compaesani
indisciplinati.
Poi, si è inserito il sospetto che a muovere tanto attivismo non era
tanto la voglia di ripristinare legalità ed ordine, ma quella di
impinguare le casse comunali. Cioè, che si era trovato il sistema
scientifico per fare il “terno al lotto”: mettere gli autovelox in
tratti di strada, anche a scorrimento veloce, purché ricadenti in
territorio del proprio comune. Possibilmente “imboscati”, cioè nascosti
alla vista degli ignari automobilisti, che cadevano così, più
facilmente, nella “imboscata”. E il posto in cui venivano situati questi
strumenti di moltiplicazione di ricchezza comunale, di una tassa
aggiuntiva sostanziosa capace da sola a pareggiare addirittura il
bilancio dissestato, veniva scelto con cura, con arte diabolica, nei
pressi di un dosso o al riparo di arbusti copiosamente frondosi.
Il trucco è stato penosamente svelato, vuoi per le innumerevoli sentenze
che accompagnano i ricorsi degli automobilisti (specie quando la
contravvenzione è accompagnata dalla sottrazione di punti dalla
patente), vuoi perché il gioco era smaccatamente controllabile.
Nascondere gli autovelox è una truffa contro gli automobilisti. Rischia,
infatti, una condanna, oltre al sequestro degli apparecchi, la società
che li ha in gestione e che si accorda con l'amministrazione per
aumentare il numero dei verbali.
Lo stop alle imboscate è arrivato soprattutto dalla Corte di Cassazione
che, con la sentenza n. 11131 del 13 marzo 2009, ha sottolineato come
l’uso degli apparecchi debba essere necessariamente corretto e non
finalizzato alle esigenze di cassa dei comuni e delle società private
che hanno in appalto il servizio di rilevamento della velocità.
“L’articolo 142 – scrivono i giudici di legittimità – prevede che le
postazioni di controllo debbano essere segnalate e ben visibili”.
Insomma, le postazioni di controllo devono “sempre essere segnalate con
adeguato anticipo e in modo da garantire il tempestivo avvistamento”.
Il testo integrale della sentenza può essere scaricato, gratuitamente,
dall’homepage del sito www.cassazione.net |