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Non
c’è posto per Dio nella creazione dell’Universo. «La creazione spontanea
è il motivo per cui c’è qualcosa e non il nulla, per cui l’Universo
esiste, per cui noi esistiamo. Grazie alla legge di gravità, l’Universo
può crearsi e si crea dal nulla. È inutile, perciò, chiamare in causa
Dio per fargli toccare il cielo e fargli caricare la molla del
meccanismo dell’Universo».
Queste tesi che pretendono di cancellare almeno tre millenni di
filosofia e almeno un altro di pensiero sapienziale mitico-simbolico
appartengono all’astrofisico inglese Stephen Hawking, esposte nel suo
ultimo volume, tra alcuni giorni in libreria, The Grand Design (Il
processo grandioso), di cui ieri
(2 settembre 2010)
il Times ha pubblicato in evidenza lunghi brani.
Hawking è uno scienziato di grande fama, noto anche al pubblico che non
si interessa di astrofisica per la sua terribile disgrazia. Più di una
volta lo si è visto in televisione con il suo povero corpo devastato da
una malattia degenerativa del sistema nervoso che lo obbliga a muoversi
su una sedia a rotelle e chi gli permette di comunicare solo attraverso
un sintonizzatore.
Una decina d’anni fa, Hawking, nel suo libro Una breve storia del tempo,
aveva sostenuto che non c’è incompatibilità tra un Dio creatore e la
comprensione scientifica dell’universo. «Se arrivassimo a scoprire una
teoria completa sarebbe il trionfo definitivo della ragione umana perché
così avremo modo di conoscere la mente di Dio», aveva scritto nel libro
appena ricordato, pubblicato nel 1998. Ma in quest’ultimo, The Grand
Design, la tesi è radicale: non c’è bisogno di un Dio per capire la
formazione dell’universo e della nostra presenza su questa Terra.
Se il grande astrofisico ricordasse un po’ della filosofia studiata nel
primo anno di liceo non dimenticherebbe che una delle tesi più note del
materialismo classico, che ha attraversato la cultura moderna (Karl Marx,
per esempio, ne è un grande estimatore), è quella del greco Democrito.
La sua teoria delle klinamen, spiegava l’origine del mondo dal contatto
di particelle di materia, che si incontrano a causa di una determinata
inclinazione, formando il Tutto, così a caso, senza un disegno divino:
«Democrito che il mondo a caso pone», scrisse Dante nella Divina
Commedia.
La storia del materialismo senza Dio è tanto vecchia quanto la sua
confutazione. Ma Hawking intende offrirci una teoria scientifica
incontrovertibile, di fronte alla quale si devono genuflettere coloro
che credono ancora nella storiella di Dio che ha creato il mondo e
l’uomo. Se il grande astrofisico Hawking ricordasse un po’ di filosofia
classica, capirebbe che il problema non è la spiegazione dell’origine
del mondo, ma il suo significato.
La spiegazione può fornirla la scienza, che ha comunque sempre la
pretesa di dire l’ultima parola, come, appunto, è il caso de Il progetto
grandioso. Ma gli uomini, che possiedono il lume della ragione, si
chiedono qual è il significato del mondo, perché c’è il Tutto e non il
Nulla, perché ci sono la vita e la morte. Si chiedono il perché del male
all’uomo giusto: dall’antica e originaria domanda di Giobbe a Dio, alle
grandi riflessioni filosofiche sulla teodicea, la questione non ha
esaurito il mistero, quell’ignoto che guida l’uomo su questa terra alla
ricerca del significato di verità che mai potrà raggiungere, proprio
come l’orizzonte che si muove insieme a lui.
Hawking è costretto su una sedia a rotelle, parla grazie alla
tecnologia: ha tutte le spiegazioni della sua malattia, fornitegli dalla
scienza. Ma la scienza medica non gli dirà mai perché proprio lui è
stato colpito dal male e quale significato ha la sua sofferenza per il
male. Forse Hawking, come Giobbe, avrà domandato a Dio il perché del
male a un giusto.
Questo desiderio di comprendere il disegno di Dio è fortissimo in
Hawking, come, tra l’altro, è testimoniato dal passo sopra citato dal
suo libro del 1998. In questa ultima opera, Il progetto grandioso,
Hawking ricorda la scoperta, nel 1992, di un pianeta che orbita intorno
a una stella simile alla Terra intorno al Sole. Ciò conferma, a suo
giudizio, che il caso terrestre non è unico. Ora, considerando che è
altamente probabile che non solo esistano altri pianeti simili alla
Terra ma addirittura altri universi, Hawking si chiede: se Dio avesse
voluto creare l’universo allo scopo di creare l’uomo, che senso avrebbe
avuto aggiungere tutto il resto?
Appunto: che senso, qual è il significato dell’universo, dell’uomo? La
ricerca scientifica tenta (ha sempre tentato) di chiudere in una gabbia
quel fastidioso, scientificamente inopportuno significato e di buttare
via la chiave. Ma finché esisterà l’uomo, quella gabbia non potrà mai
essere chiusa, perché finché esisterà, l’uomo, che ha lume di ragione,
non rinuncerà a domandarsi il significato della vita e della morte, del
male e della bellezza. |