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Bloccata nel letto, con il primo sole d’estate… |
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| 03-07-2010 | |||||
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Una di quelle mattinate bloccata nel letto, con il primo sole d’estate
che mi illumina la stanza, percepisco dall’esterno tutti i rumori di una
giornata vissuta da gente che si appresta ad affrontare la quotidianità:
pianti di bimbi dal mio condominio, vocio di persone che si apprestano
al lavoro, oppure a fare la spesa, oppure che vanno a godersi la
giornata al mare, e ancora saracinesche di garage e di esercizi che
aprono al pubblico, campane della chiesa che chiamano i fedeli alla
prima messa, motori di auto e moto per le strade, proteste col megafono
davanti al comune… Insomma, una vita autodeterminata di persone
“normali”. Nella mia casa invece, tutto si svolge diversamente: io,
tetraplegica, mi risveglio assumendo il primo kit di farmaci che mio
marito mi porge sulle labbra con boli d’acqua presi dal bicchiere con la
cannuccia, la prima igiene personale, la prima colazione preparata e
imboccata da lui e le infusioni sottocute che prepara sempre lui e che
mi durano, se tutto va bene, fino all’ora di pranzo. Nel frattempo
potrei dedicarmi alla lettura di libri biografici e autobiografici che
tanto mi appassionavano quando anch’io ero una persona normodotata e
autodeterminata, e che leggevo tra piccoli ritagli di tempo nel mio
affanno quotidiano tra casa, famiglia, lavoro, genitori anziani…
Ultimamente in biblioteca ho preso la vita di “Sant’Ambrogio” e “Soha
Arafat nata Palestina” che potrei divorarli per tutto il tempo che ho a
disposizione ma, seppur riesco a reggere il libro con le mani per un
paio di minuti di seguito, non riesco a concentrarmi nella lettura
perché la mia mente è perseguitata sempre dallo stesso pensiero
bloccandomi anche le preghiere che tanto mi hanno aiutata nelle
sofferenze più acute e che ora vorrei dedicare ai bambini e giovani che
vivono le mie stesse condizioni. La televisione non riesco proprio a
“digerirla” anche se c’è chi mi consiglia di farmi distrarre da essa.
Come un macigno questo pensiero mi angoscia l’anima: cosa ne sarà di me
se dovessi sopravvivere alle forze di mio marito? Perché lui deve farmi
gratuitamente da assistente personale 24ore su 24 invece di godersi la
sua pensione dopo tanti anni di lavoro? E se arriverà il momento che la
sua salute non gli permetterà di interessarsi più a me, come si
prospetta il mio futuro? Devo forse tagliare le ali ai miei figli
impedendoli di costruirsi il loro futuro? Questo no, ma mi prende il
panico se penso di finire in un istituto, tra l’altro costosissimo per
le casse dello stato, che annullerebbe la mia dignità e la mia
personalità rendendo la mia disabilità ancora più pesante. |
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Luisa Conti |
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dal 31 maggio 2008 |
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