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Criminali si nasce o si diventa?

di Angelo Farinacci *
13-05-2010
 

Domandarselo è una boutade: abbandonate le teorie che volevano individuare il criminale guardando all'orecchio o al prognatismo facciale e preso atto che il gene del ladro o dell'assassino non è stato ancora scoperto (è dubbio se augurarsi che si scopra o no, considerato quanto si avrebbe da fare in caso positivo per rivoluzionare non solo i codici penali ma anche gli stessi canoni della convivenza), il tentativo di individuare le cause della criminalità rimane ancorato pedestremente al principio vecchio come il mondo che criminali si diventa (l'occasione fa l'uomo ladro), e l'esame del ricercatore sociale deve appuntarsi ancora su quei fattori che in determinati periodi possono agevolarla.
E' incontroverso che, almeno fino alla metà degli anni '70 il fenomeno della criminalità nel Paese appariva abbastanza contenuto e controllato (facciamo grazia ai lettori dei dati statistici) cosicché la ricerca deve partire dalla fine di quegli anni in cui effettivamente si profilarono i prodromi di quello che poi è accaduto.
Il "la" per il cambiamento dell’atteggiamento mentale non solo degli operatori di giustizia ma dell'intera collettività nei confronti del mondo criminale lo diede innegabilmente la lotta al terrorismo. Se - si disse - in un Paese, pur dotato di un apparato preventivo-repressivo di una certa consistenza, nascono e si consolidano organizzazioni eversive che fanno uso di mezzi propri della grande criminalità, vuol dire che poliziotti, carabinieri e giudici hanno sbagliato tutto: l'attenzione finora riservata alla lotta ai delinquentucci da quattro soldi deve cambiare obiettivo, e spostarsi tutta sulla criminalità maggiore. Terrorismo dapprima; poi mafia, reati " da colletti bianchi" (concussione, corruzione, abusi), contrabbando, droga, da non considerare più "emergenze" di un particolare momento di travaglio della vita associata, ma obiettivo stabile degli apparati repressivi.
Non è certo contestabile la necessità di controllo più pressante dei fatti criminosi che destano maggiore allarme nella società (ci sarà pure una scala di valori anche nel crimine), ma che, giorno dopo giorno, la grande criminalità dovesse divenire il principale e poi quasi l'unico obiettivo di quegli apparati, si è rivelato dato gravido di perniciose implicazioni per l'apporto che ha fornito al dilagare della criminalità. Sostanzialmente, infatti, all'epoca insorse e si venne poi consolidando il principio che il "ladro di polli" doveva essere riguardato con sufficienza e bonomia, perché, anzitutto, il suo potenziale offensivo era quasi insignificante e poteva ledere solo interessi privati; e poi - e qui soccorrevano le argomentazioni socio-filosofiche, proprie dell'intellighenzia di sinistra - questi ladruncoli da poche lire non erano forse dei reietti e degli emarginati, degni, per ciò solo, della più ampia comprensione? E le polizie e i tribunali cominciarono ad averne troppa. Nessuno o quasi andò più in galera ed i ladri di polli divennero dapprima ladri di appartamenti e poi, presa dimestichezza con le armi, rapinatori (le rapine che, nel 1970, in tutta Italia furono 1780, nel 1997 hanno raggiunto il traguardo di oltre 32.000, solo nelle città più popolose), sequestratori, assassini. Ho detto dei tribunali, ed insisto: chi può negare che molti di quei pubblici ministeri e giudici che si sono mossi poi da sussidiarii di certa forza politica, non hanno fatto mistero dell'intento di voler continuare a combattere, dall'altra parte della transenna, la "loro" lotta di classe ?
Ed a complemento di tale atteggiamento ideologico, si fece strada un altro, forse ancora più dannoso: l'abbandono del principio della privata difesa, anche in forma meramente passiva. Contro organizzazioni a delinquere che potevano massacrare chi e quando volevano con una carica di tritolo, a cosa serviva avere la pistola a casa o portarla in tasca? No, il Dio-Stato solo, onniveggente ed onnipotente, poteva essere la salvezza. Certo, questo era vero in ipotesi di grosse macchinazioni delittuose ( se attuate alcune premesse), ma era idiozia pensare che l'apparato repressivo dello Stato potesse essere sempre onnipresente. Ché la presenza effettiva dello Stato sempre e dovunque si delinque, comportando che esso, dedotti i delinquenti, sia formato nel residuo per metà da poliziotti e per l'altra metà da tutelati, esiste solo nelle favole. E nella mente malata di certi politicastri di ventura. Eppure l'idiozia si fece strada trovando terreno favorevole in una società che quasi si crogiolava nel masochistico piacere della rinuncia ad ogni affermazione di individualità per rotolarsi nel collettivo e riporre nelle mani dello Stato ogni sua necessità. Ci si convinse così che era pressoché norma... di buona educazione in un Paese moderno e votato al "sociale" lasciare incustoditi i pollai e dormire con le porte aperte o quasi. I giudici hanno fatto il resto: quante volte chi si è difeso è finito sotto processo, e gli aggressori non hanno mai visto le "sbarre"?
Così la criminalità ha prosperato, profittando precipuamente del dissesto del sistema giudiziario che, dati i tempi lunghi dei processi, permette il maturare della prescrizione di un rilevante numero di processi per reati c.detti minori (nel '98 sono stati 130mila), del buonismo della magistratura che faceva, come fa, uso pressoché indiscriminato della sospensione cautelare delle pene non superiori a due anni, delle rimessioni in libertà divenute sempre più agevoli con ragioni e pretesti varii.
In altre parole questa generazione ha visto sostanzialmente svanire quel formidabile deterrente costituito dal principio dell’effettività della condanna e della espiazione della pena. Su questo periodico, in altra parte, è stata riportata una tabella comparativa del numero dei detenuti in alcuni Stati della terra (cfr.lo scritto"Italia: carceri in esplosione"); da essa può rilevarsi che, a fronte di Paesi, come l'America o la Russia in cui tale numero, per 100.000 abitanti, è elevatissimo (rispettivamente, 645 e 685, perché la pena è quasi sempre scontata, magari venti giorni, ma... dietro le sbarre e con la divisa a strisce), l'Italia ne ha, in proporzione, all'incirca 90, ed è seguita solo dalla Svezia e dal Giappone, paese ove notoriamente la criminalità è molto bassa. E' cosi agevole anche per l'articolista di quel saggio, indurre - posto che l'indice di criminalità tra i due Paesi citati ed il nostro non differisce molto - che l'Italia non ha proprio bisogno di nuovi provvedimenti di clemenza - violenza alla certezza del diritto e beffa per le parti offese - perché vi impera una situazione consolidata di amnistia informale e permanente.
Oggi si tenta di correre frettolosamente ai ripari. Ma c'è veramente chi crede che atteggiamenti di assurdo lassismo ormai radicati da decenni in chi dovrebbe efficacemente, ed in tanti casi con mano anche pesante, provvedere ad arginare il fenomeno della criminalità, anche minore, possano mutare dal nero al bianco con qualche "pacchetto" di misure raffazzonato alla meglio?

 

 

* già Magistrato presso il Tribunale di Campobasso

 
 
 
 
 
 
 

  

dal 31 maggio 2008

 
 

 

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