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La Famiglia prima di tutto!

di Nunzia Lattanzio *
08-10-2010
 

La tragica morte di Sarah Scazzi addolora il nostro Paese e le tante famiglie che, per più di 40 giorni, hanno sperato nel suo ritrovamento in vita. In un piccolo centro del litorale ionico tarantino si è consumato l’ennesimo efferato crimine a danno di una minorenne; ancora una volta, il clima è torrido ed il presunto autore è un parente.
L’uccisione, sulle alture di San Bartolomeo del Bosco, di Andrea, un bimbo di soli tre anni, sconvolge ulteriormente i nostri animi.
Nel nostro Paese si conta un omicidio in famiglia ogni due giorni con movente passionale o per dissapori e litigi. Il contesto familiare è quello più a rischio in assoluto ed uccide più delle mafie e della criminalità comune con una percentuale pari al 28,0%; l’ombrello protettivo, la nicchia d’amore si rivela così luogo d’insidie.
Dal 6° Rapporto EURES sugli Omicidi dolosi in Italia, elaborato sulla base dei dati raccolti nella Banca Dati istituita per poter realizzare approfondimenti specifici sugli aspetti e sulle caratteristiche del fenomeno omicidiario (analisi vittimologiche, analisi del movente, indici di rischio, assi relazionali tra vittima e autore, incidenza del fenomeno di disagio e degrado sociale), costruita attraverso la consultazione di diverse fonti (rassegna stampa dei principali quotidiani nazionali e locali, Criminalpol, Carabinieri, Prefetture e Procure della Repubblica, Archivio DEA della Agenzia giornalistica ANSA), ogni 10 giorni un padre, un marito (l’autore è nel 93% dei casi un uomo) pianifica il proprio “suicidio allargato”, trascinando con sé la coniuge o la partner (complessivamente 53% dei casi), uno o più figli (19% dei casi) o altri familiari.
La Repubblica riconosce, all’art. 29 della Costituzione, i diritti della Famiglia come società naturale, fondamento cardine della prosperità materiale e morale dei cittadini della Nazione. In essa, i rapporti affettivi tra gli stessi membri devono essere regolati dal principio di uguaglianza giuridica tra tutti.
Nell’attuale Ordinamento il termine Famiglia non designa un’entità separata, ma è riferito ad una pluralità di relazioni, la cui natura familiare, in base alla comune esperienza sociale, è data dalla sussistenza di vincoli di vario genere: giuridici, come il matrimonio, l’affinità e l’adozione; giuridici e biologici, come la filiazione legittima o naturale riconosciuta e la parentela; meramente biologici, come la filiazione non riconosciuta o non riconoscibile.
All’interno di questa cellula sociale ricade sui genitori la responsabilità di proteggere il proprio figlio, di sostenerlo nel suo itinerario formativo assicurandogli salute e moralità, benessere psicofisico e progressiva acquisizione di autonomia.
Il ruolo che la Famiglia svolge nella promozione e nell’esercizio dei diritti del fanciullo consiste anche nel fornire l’orientamento e i consigli appropriati ed idonei allo sviluppo delle capacità del fanciullo (art.5 CRC), rispettandone, con senso di responsabilità, l’inclinazione naturale e le aspirazioni (come disposto dall’art. 147 del Codice Civile, norma posta nel Titolo concernente il matrimonio, ma che può essere considerata espressione di un principio di generale applicazione).
A volte, lo spazio delle relazioni familiari, della struttura familiare, delle personalità dei genitori e dei figli risulta instabile ed inquinato da insoddisfazioni. Le relazioni intrafamiliari e parentali allargate appaiono insoddisfacenti, conflittuali, insignificanti.
La Famiglia contemporanea è un’entità dinamica, che si costruisce giorno per giorno, che muta e si ricompone, rielabora i ruoli e riassegna le funzioni, non è quindi più rappresentabile come una realtà definitiva costituitasi con il matrimonio. La Famiglia è oggi fragile nei suoi confronti in senso trasversale, le mille difficoltà comunicative si accavallano nei tempi stretti del correre quotidiano; al suo interno il nucleo di affetti si stringe in legami prediligendo l’isolamento dai contesti esterni.
La contrapposizione fra genitori e figli, nipoti e nonni, cognati e minori diventa pesante, totale e continua; le interazioni rischiano di irrigidirsi sino alla comparsa di comportamenti patologici.
Anche nel nostro Molise negli ultimi anni le cronache hanno purtroppo visto protagonisti componenti di nuclei familiari schierati l’uno contro l’altro, contrapposti dapprima dialetticamente, poi in forma violenta, atti di contrapposizione sfociati in alcune occasioni nell'omicidio. In due di questi casi sono stati protagonisti minori di età, i quali, dopo essere stati vittime di ripetuti, inaccettabili maltrattamenti, e dopo essere stati ingiustamente coinvolti in dinamiche conflittuali che avrebbero dovuto essere loro del tutto estranee, si sono resi responsabili del più grave dei reati previsti dal nostro Ordinamento, nell'evento più risalente nel tempo in danno di un padre e nell'altro in danno di uno zio. In entrambi gli episodi la lacerazione della Famiglia è stata naturalmente traumatica, i membri di essa hanno assunto posizioni antitetiche, il minorenne coinvolto ha subito un repentino e completo stravolgimento della sua esistenza. Caratteristica comune è stata però quella della difesa di un familiare che i ragazzi ritenevano esente da colpe ed ingiustamente divenuto oggetto di violenza, circostanza che può indurci, pur nella drammaticità dei fatti, ad individuare - quasi paradossalmente - profili di possibile "speranza", quasi che le colpe dei giovani potessero purgare quelle, più gravi, degli adulti. A conferma di tale possibile interpretazione, i due minorenni hanno utilmente fruito dell'istituto della messa alla prova, previsto nel processo minorile e di cui si auspica l'estensione anche ai soggetti maggiori di età, sperimentando con successo - nel corso di alcuni anni - un articolato ed impegnativo percorso di recupero, di valutazione della personalità e di acquisizione di quel senso di responsabilità tragicamente venuto meno in occasione dei delitti. Può fondatamente ritenersi che entrambi possano nel futuro avere gli strumenti necessari per meglio orientarsi nelle loro scelte di vita e contribuire ad un sereno sviluppo delle relazioni familiari e sociali che li vedranno parte attiva.
A mio avviso è essenziale fornire un segnale di speranza ed al contempo segnalare l'urgenza della assoluta necessità da parte di tutti, e segnatamente da chi riveste ruoli di responsabilità, di ispirare sul serio ogni condotta alla promozione della persona umana, in ogni ambito in cui la stessa si esplica, in primis quindi nella Famiglia.
Essa, in qualunque forma si atteggi, ha oggi bisogno di maggiore visibilità, di esperienze condivise che possano rafforzare - e, se necessario, sferzare - le coscienze individuali e sociali; tutte le Istituzioni laiche e religiose hanno il dovere di definire e predisporre ulteriori spazi di socialità nei quali poter diffondere validi modelli e valori etici che rinvigoriscano il senso del dovere, l'indipendenza di giudizio, l’impegno, l'onestà, il coraggio e la libertà. Solo in tal guisa potremo essere, e contribuire a creare, Cittadini liberi da condizionamenti che possono determinare a testa alta - in uno Stato attento alla tutela dei deboli e dei meritevoli - il proprio destino.

 

 

* Tutore Pubblico dei Minori

 
 
 
 
 
 
 

  

dal 31 maggio 2008

 
 
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