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La
tragica morte di Sarah Scazzi addolora il nostro Paese e le tante
famiglie che, per più di 40 giorni, hanno sperato nel suo ritrovamento
in vita. In un piccolo centro del litorale ionico tarantino si è
consumato l’ennesimo efferato crimine a danno di una minorenne; ancora
una volta, il clima è torrido ed il presunto autore è un parente.
L’uccisione, sulle alture di San Bartolomeo del Bosco, di Andrea, un
bimbo di soli tre anni, sconvolge ulteriormente i nostri animi.
Nel nostro Paese si conta un omicidio in famiglia ogni due giorni con
movente passionale o per dissapori e litigi. Il contesto familiare è
quello più a rischio in assoluto ed uccide più delle mafie e della
criminalità comune con una percentuale pari al 28,0%; l’ombrello
protettivo, la nicchia d’amore si rivela così luogo d’insidie.
Dal 6° Rapporto EURES sugli Omicidi dolosi in Italia, elaborato sulla
base dei dati raccolti nella Banca Dati istituita per poter realizzare
approfondimenti specifici sugli aspetti e sulle caratteristiche del
fenomeno omicidiario (analisi vittimologiche, analisi del movente,
indici di rischio, assi relazionali tra vittima e autore, incidenza del
fenomeno di disagio e degrado sociale), costruita attraverso la
consultazione di diverse fonti (rassegna stampa dei principali
quotidiani nazionali e locali, Criminalpol, Carabinieri, Prefetture e
Procure della Repubblica, Archivio DEA della Agenzia giornalistica
ANSA), ogni 10 giorni un padre, un marito (l’autore è nel 93% dei casi
un uomo) pianifica il proprio “suicidio allargato”, trascinando con sé
la coniuge o la partner (complessivamente 53% dei casi), uno o più figli
(19% dei casi) o altri familiari.
La Repubblica riconosce, all’art. 29 della Costituzione, i diritti della
Famiglia come società naturale, fondamento cardine della prosperità
materiale e morale dei cittadini della Nazione. In essa, i rapporti
affettivi tra gli stessi membri devono essere regolati dal principio di
uguaglianza giuridica tra tutti.
Nell’attuale Ordinamento il termine Famiglia non designa un’entità
separata, ma è riferito ad una pluralità di relazioni, la cui natura
familiare, in base alla comune esperienza sociale, è data dalla
sussistenza di vincoli di vario genere: giuridici, come il matrimonio,
l’affinità e l’adozione; giuridici e biologici, come la filiazione
legittima o naturale riconosciuta e la parentela; meramente biologici,
come la filiazione non riconosciuta o non riconoscibile.
All’interno di questa cellula sociale ricade sui genitori la
responsabilità di proteggere il proprio figlio, di sostenerlo nel suo
itinerario formativo assicurandogli salute e moralità, benessere
psicofisico e progressiva acquisizione di autonomia.
Il ruolo che la Famiglia svolge nella promozione e nell’esercizio dei
diritti del fanciullo consiste anche nel fornire l’orientamento e i
consigli appropriati ed idonei allo sviluppo delle capacità del
fanciullo (art.5 CRC), rispettandone, con senso di responsabilità,
l’inclinazione naturale e le aspirazioni (come disposto dall’art. 147
del Codice Civile, norma posta nel Titolo concernente il matrimonio, ma
che può essere considerata espressione di un principio di generale
applicazione).
A volte, lo spazio delle relazioni familiari, della struttura familiare,
delle personalità dei genitori e dei figli risulta instabile ed
inquinato da insoddisfazioni. Le relazioni intrafamiliari e parentali
allargate appaiono insoddisfacenti, conflittuali, insignificanti.
La Famiglia contemporanea è un’entità dinamica, che si costruisce giorno
per giorno, che muta e si ricompone, rielabora i ruoli e riassegna le
funzioni, non è quindi più rappresentabile come una realtà definitiva
costituitasi con il matrimonio. La Famiglia è oggi fragile nei suoi
confronti in senso trasversale, le mille difficoltà comunicative si
accavallano nei tempi stretti del correre quotidiano; al suo interno il
nucleo di affetti si stringe in legami prediligendo l’isolamento dai
contesti esterni.
La contrapposizione fra genitori e figli, nipoti e nonni, cognati e
minori diventa pesante, totale e continua; le interazioni rischiano di
irrigidirsi sino alla comparsa di comportamenti patologici.
Anche nel nostro Molise negli ultimi anni le cronache hanno purtroppo
visto protagonisti componenti di nuclei familiari schierati l’uno contro
l’altro, contrapposti dapprima dialetticamente, poi in forma violenta,
atti di contrapposizione sfociati in alcune occasioni nell'omicidio. In
due di questi casi sono stati protagonisti minori di età, i quali, dopo
essere stati vittime di ripetuti, inaccettabili maltrattamenti, e dopo
essere stati ingiustamente coinvolti in dinamiche conflittuali che
avrebbero dovuto essere loro del tutto estranee, si sono
resi
responsabili del più grave dei reati previsti dal nostro Ordinamento,
nell'evento più risalente nel tempo in danno di un padre e nell'altro in
danno di uno zio. In entrambi gli episodi la lacerazione della Famiglia
è stata naturalmente traumatica, i membri di essa hanno assunto
posizioni antitetiche, il minorenne coinvolto ha subito un repentino e
completo stravolgimento della sua esistenza. Caratteristica comune è
stata però quella della difesa di un familiare che i ragazzi ritenevano
esente da colpe ed ingiustamente divenuto oggetto di violenza,
circostanza che può indurci, pur nella drammaticità dei fatti, ad
individuare - quasi paradossalmente - profili di possibile "speranza",
quasi che le colpe dei giovani potessero purgare quelle, più gravi,
degli adulti. A conferma di tale possibile interpretazione, i due
minorenni hanno utilmente fruito dell'istituto della messa alla prova,
previsto nel processo minorile e di cui si auspica l'estensione anche ai
soggetti maggiori di età, sperimentando con successo - nel corso di
alcuni anni - un articolato ed impegnativo percorso di recupero, di
valutazione della personalità e di acquisizione di quel senso di
responsabilità tragicamente venuto meno in occasione dei delitti. Può
fondatamente ritenersi che entrambi possano nel futuro avere gli
strumenti necessari per meglio orientarsi nelle loro scelte di vita e
contribuire ad un sereno sviluppo delle relazioni familiari e sociali
che li vedranno parte attiva.
A mio avviso è essenziale fornire un segnale di speranza ed al contempo
segnalare l'urgenza della assoluta necessità da parte di tutti, e
segnatamente da chi riveste ruoli di responsabilità, di ispirare sul
serio ogni condotta alla promozione della persona umana, in ogni ambito
in cui la stessa si esplica, in primis quindi nella Famiglia.
Essa, in qualunque forma si atteggi, ha oggi bisogno di maggiore
visibilità, di esperienze condivise che possano rafforzare - e, se
necessario, sferzare - le coscienze individuali e sociali; tutte le
Istituzioni laiche e religiose hanno il dovere di definire e predisporre
ulteriori spazi di socialità nei quali poter diffondere validi modelli e
valori etici che rinvigoriscano il senso del dovere, l'indipendenza di
giudizio, l’impegno, l'onestà, il coraggio e la libertà. Solo in tal
guisa potremo essere, e contribuire a creare, Cittadini liberi da
condizionamenti che possono determinare a testa alta - in uno Stato
attento alla tutela dei deboli e dei meritevoli - il proprio destino. |