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Diceva
Marlon Brando del grande scrittore Truman Capote: che era pure uno dei
migliori intervistatori che avesse incontrato (diceva, per la
precisione, che era in questo un gran figlio di.., benevolmente, con
stima). In quanto creava “vuoti”: per fare sì che l’intervistato li
riempisse. Creava silenzi che l’altro doveva in qualche modo invadere
con la parola esplicativa. Doveva, l’altro, l’intervistato, venirgli
incontro facendo il suo gioco. Il miglior intervistatore, in teoria,
sarebbe l’uomo silente, colui che sta zitto. L’intervistato, per horror
vacui, sarebbe costretto a dirgli quello che non ha mai detto a nessuno.
Ma in realtà il miglior intervistatore è quello che dice “poco”, che
lascia quel poco come sospeso, coi puntini… Puntini nell’aria, e l’altro
si incaponisce, si affanna anche a chiarire, e poi si ritrova svuotato…
perché ha riempito il sacco dell’intervistatore: che ringrazia ed esce
di scena.
La tecnica di Giammario Di Risio è il silenzio che grava su una
citazione di qualche grossa personalità a cui lui aggancia una domanda.
L’intervistato si ritrova tra i due livelli della citazione e della
domanda, appunto, e lo sforzo di congiungerli lo spinge a
un’elaborazione complessa della risposta. Con la quale deve
lusinghieramente confrontarsi con un modello “alto” e al contempo
preservare la propria autonomia di giudizio e di esperienza. Altre volte
Di Risio avanza ipotesi forti su opere e intendimenti di alcuni autori
(per esempio i registi Piccioni e Littin): e questi in parte accolgono e
in parte – necessariamente per la visuale soggettiva di ognuno –
divergono. La specificità della risposta, che arricchisce la conoscenza
su di essi, sta allora nello spazio tra lo spunto su cui si è d’accordo
e la precisazione, la personalizzazione su alcuni temi. Sono così due
livelli in cui entra in campo un’articolazione più complessa della
semplice, monodimensionata risposta. Perché in causa è sempre il
“vuoto”, come dicevamo, che l’intervistatore deve creare perché
l’intervistato lo colmi. L’arte di creare il vuoto (arte quasi
orientale, buddista zen o qualcosa del genere…), più che di assillare
l’altro con una montagna di quesiti artificiosi e stringenti.
Quanto alle non-interviste, agli articoli in proprio su un argomento o
piuttosto su una personalità artistica (articoli in proprio che poi non
sono che scritti il cui autore in fondo intervista se stesso su quel
tema), Di Risio ci mette un’eleganza classica. Vale a dire che i suoi
modelli sono l’equo rispetto per la cultura, per i valori storicamente,
fondatamente accreditati, senza cedere alla facile suggestione
dell’anticonformismo guascone, alla birichinata critica, alla clownerie
polemica. Cerca così (è il caso degli articoli su Edwards, Monicelli,
ecc.) di inquadrare professionalmente il proprio oggetto, di vederlo nei
contorni che la pubblicistica istituzionale e no gli ha riconosciuto.
Porta dunque il suo serio contributo all’immagine di personaggi noti (ma
anche meno conosciuti dal pubblico) fondandosi su quanto altri storici,
critici, ecc., hanno compiutamente assodato, e senza pretendere di
sferrare picconate – o colpi di spillo – alla tradizione (giacché, in
tempi di internet, può esistere davvero una tradizione, oltre che del
post-moderno, del post-post-moderno e così via).
Il suo valore sta nella serietà colta, civile, di voler aggiungere anche
un piccolo contributo, piuttosto che di fare l’originale e
l’anticonformista a ogni costo (e il costo è spesso l’inutile
goliardata). Il suo pregio è nel garbo lineare – ma pure con varie
sfumature – con cui va dritto al nucleo di una più o meno grande
personalità di uomo di cinema. Il garbo corretto, mai fuori misura, con
cui – come Brando diceva per Capote – sa creare i suoi “vuoti”. Per
farli riempire adeguatamente dai suoi intervistati o riempirli lui in
persona (da intervistatore, come abbiamo detto, di se stesso) nei suoi
articoli.
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