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Presentazione del volume di Giammario Di Risio
Prefazione di Maurizio De Benedictis

24-09-2011
 

Diceva Marlon Brando del grande scrittore Truman Capote: che era pure uno dei migliori intervistatori che avesse incontrato (diceva, per la precisione, che era in questo un gran figlio di.., benevolmente, con stima). In quanto creava “vuoti”: per fare sì che l’intervistato li riempisse. Creava silenzi che l’altro doveva in qualche modo invadere con la parola esplicativa. Doveva, l’altro, l’intervistato, venirgli incontro facendo il suo gioco. Il miglior intervistatore, in teoria, sarebbe l’uomo silente, colui che sta zitto. L’intervistato, per horror vacui, sarebbe costretto a dirgli quello che non ha mai detto a nessuno. Ma in realtà il miglior intervistatore è quello che dice “poco”, che lascia quel poco come sospeso, coi puntini… Puntini nell’aria, e l’altro si incaponisce, si affanna anche a chiarire, e poi si ritrova svuotato… perché ha riempito il sacco dell’intervistatore: che ringrazia ed esce di scena.
La tecnica di Giammario Di Risio è il silenzio che grava su una citazione di qualche grossa personalità a cui lui aggancia una domanda. L’intervistato si ritrova tra i due livelli della citazione e della domanda, appunto, e lo sforzo di congiungerli lo spinge a un’elaborazione complessa della risposta. Con la quale deve lusinghieramente confrontarsi con un modello “alto” e al contempo preservare la propria autonomia di giudizio e di esperienza. Altre volte Di Risio avanza ipotesi forti su opere e intendimenti di alcuni autori (per esempio i registi Piccioni e Littin): e questi in parte accolgono e in parte – necessariamente per la visuale soggettiva di ognuno – divergono. La specificità della risposta, che arricchisce la conoscenza su di essi, sta allora nello spazio tra lo spunto su cui si è d’accordo e la precisazione, la personalizzazione su alcuni temi. Sono così due livelli in cui entra in campo un’articolazione più complessa della semplice, monodimensionata risposta. Perché in causa è sempre il “vuoto”, come dicevamo, che l’intervistatore deve creare perché l’intervistato lo colmi. L’arte di creare il vuoto (arte quasi orientale, buddista zen o qualcosa del genere…), più che di assillare l’altro con una montagna di quesiti artificiosi e stringenti.
Quanto alle non-interviste, agli articoli in proprio su un argomento o piuttosto su una personalità artistica (articoli in proprio che poi non sono che scritti il cui autore in fondo intervista se stesso su quel tema), Di Risio ci mette un’eleganza classica. Vale a dire che i suoi modelli sono l’equo rispetto per la cultura, per i valori storicamente, fondatamente accreditati, senza cedere alla facile suggestione dell’anticonformismo guascone, alla birichinata critica, alla clownerie polemica. Cerca così (è il caso degli articoli su Edwards, Monicelli, ecc.) di inquadrare professionalmente il proprio oggetto, di vederlo nei contorni che la pubblicistica istituzionale e no gli ha riconosciuto. Porta dunque il suo serio contributo all’immagine di personaggi noti (ma anche meno conosciuti dal pubblico) fondandosi su quanto altri storici, critici, ecc., hanno compiutamente assodato, e senza pretendere di sferrare picconate – o colpi di spillo – alla tradizione (giacché, in tempi di internet, può esistere davvero una tradizione, oltre che del post-moderno, del post-post-moderno e così via).
Il suo valore sta nella serietà colta, civile, di voler aggiungere anche un piccolo contributo, piuttosto che di fare l’originale e l’anticonformista a ogni costo (e il costo è spesso l’inutile goliardata). Il suo pregio è nel garbo lineare – ma pure con varie sfumature – con cui va dritto al nucleo di una più o meno grande personalità di uomo di cinema. Il garbo corretto, mai fuori misura, con cui – come Brando diceva per Capote – sa creare i suoi “vuoti”. Per farli riempire adeguatamente dai suoi intervistati o riempirli lui in persona (da intervistatore, come abbiamo detto, di se stesso) nei suoi articoli.
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