|
Sono
stati presentati a Pesche gli ultimi tre libri dello scrittore venafrano
Amerigo Iannacone. Il primo “Matrioska e altri racconti” (Ed. Eva,
Venafro 2011), è uscito lo scorso settembre; il secondo, “Pensieri della
sera”, ancora fresco di stampa, è una riedizione del suo primo libro,
una raccolta di poesie pubblicata nel 1980; il terzo, appena uscito
dalla tipografia, si intitola “Poi” (Ed. Confronto, Fondi 2011), ed è la
silloge con cui Iannacone ha vinto il Premio “Libero de Libero”,
edizione 2010, il cui premio consisteva appunto nella pubblicazione
dell’opera.
Nonostante la giornata fredda, la sala consiliare, dove si è tenuta la
manifestazione, era piena. Diversi gli scrittori, i poeti, i pittori,
presenti fra il pubblico. Un pubblico che ha seguito partecipe le
relazioni tenute dal poeta e critico letterario di Formia Giuseppe
Napolitano, da Nicola Lalli, operatore culturale pescolano, e Aldo
Cervo, scrittore e critico letterario di Caiazzo, oltre che le parole di
Marilena Di Lollo, moderatrice, che comunque è entrata anche nel merito
dei libri.
Dopo il saluto del sindaco Ido De Vincenzi e quello del Presidente della
Pro-Loco Antonio Manuppella, si sono susseguiti gli interventi dei
relatori, che hanno esaminato criticamente i libri, in particolare la
raccolta di poesie “Poi”, che era un’assoluta novità
«Fin dal titolo, – ha detto tra l’altro Giuseppe Napolitano – “Poi”
(quanto denso e inquietante, nella sua allusiva sospensione atemporale),
il sentimento del tempo la fa da padrone in questa nuova – asciutta e
pensosa – silloge di Amerigo Iannacone (pubblicata come vincitrice del
Premio “Libero de Libero” del 2010), come d’altronde avveniva trent’anni
prima, nella prima sua pubblicazione “Pensieri della sera” (appena
ristampata, opportunamente, quasi a verso di medaglia per quest’ultima,
a mostrare con quanta fedeltà il poeta abbia custodito per trent’anni la
sua natura di poeta, e la sua scrittura che già allora guardava alla
vita umana come un intoppo nel tempo universale). Qui il tempo appariva
vissuto senza trovarne ragione, fino a vivere quasi come liberazione la
stessa “solitudine”, che libera dal contatto umano e quindi
dall’ineluttabile verificare, appunto, che “per noi sarà lo stesso”,
sempre, comunque... qualunque atteggiamento possiamo assumere di fronte
alla vita.» |