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Massoneria molisana: primi cenni

tratto da: "People of the Sun"
 
Dicembre 2008
 

Il testo che qui di seguito viene presentato, ritrovato su un vecchio numero della "Rivista della Massoneria Italiana", propone il racconto di una festa religiosa molisana, la festa di S. Antonio del 13 giugno a Montagano. Linconsueto angolo di osservazione è quello laico e duramente irriguardoso della massoneria, che del disprezzo verso questo genere di manifestazioni, contrapposto a una visione del mondo che si voleva scientista, positiva, immune da ogni superstizione, aveva fatto un caposaldo della sua propaganda. I toni dellarticolo sono riconoscibili da chiunque abbia familiarità con questo genere di pubblicistica: anticlericali in modo violento, da "invasati dello spirito di Satana" , definizione in cui, dopo quella antica e memorabile di "sterco del demonio", anche in anni piuttosto recenti ha continuato a riassumersi la posizione della Chiesa nei confronti della massoneria.

Come autore dellarticolo, dietro lo pseudonimo di Curio è facile riconoscere Rocco Escalona, copioso collaboratore della "Rivista" massonica", e personaggio noto agli specialisti di stampa periodica molisana dellOttocento come fondatore (nel 1877) e poi direttore (fino al 1881) del settimanale "La Libertà" di Campobasso. Clinico, filosofo, pedagogista, per detto dei repertori biografici del tempo , nativo di Ispani (Salerno, 1837), garibaldino, arruolato nel personale medico al seguito della spedizione dei Mille, gregario del Generale lungo tutti gli itinerari della sua turbinosa odissea, Escalona era stato trasferito nel Molise nelle più tranquille vesti di direttore scolastico che aveva assunto quando la situazione era venuta a normalizzarsi. Il suo articolo, per livello stilistico e intellettuale, per la stupida arroganza, per la odiosità degli apprezzamenti verso la terra che lo ospitava, davvero non merita altri commenti che non siano quelli relativi al valore puramente documentario del testo, specchio di unepoca di positivismo dominante, con le sue arrangiate varianti etnologiche, e già incline a precipitare nel materialismo più rozzo e limitato, concepito "come visione totale della realtà contrapposta al cattolicismo" , "dove lantitesi con lo spiritualismo non era né superata né risolta, e forse neppure consapevolmente affrontata".

Più interessante potrà magari risultare qualche cenno sulla tradizione massonica molisana, che non pare sia mai stata trattata in modo specifico, nonostante il forte rilievo storico di certi suoi protagonisti, da Giuseppe Zurlo a Vincenzo Cuoco, da Francesco Longano a Orazio De Attellis. Il massone molisano dalla carriera più luminosa fu senzaltro Giuseppe Zurlo. Già nel 1784 Maestro Scozzese dellaristocratica loggia "La Vittoria" ; in epoca murattiana Primo Gran Maestro Aggiunto del Grande Oriente di Napoli (Gran Maestro Titolare, ma con carica ovviamente onorifica, era Murat in persona), Zurlo fu tra i fondatori della prima e praticamente rimasta unica "loggia illuminata" in Italia, creazione della massoneria più concreta e razionalista, ispirata ai criteri illuministici più ortodossi, lontana tanto dalle simbologie esoteriche e misteriose quanto dallo spirito festaiolo e godereccio che caratterizzava buona parte delle pratiche massoniche del tempo . Ideatore tenace ne fu il teologo danese Frederich Münter, propagandista massone inviato in Italia per riorganizzare i quadri di un Ordine molto chiacchierato e reclutare altri, più selezionati proseliti.

Zurlo fu tra questi, oltre a fare da mentore e guida al giovane danese nei suoi soggiorni a Napoli e in Calabria, dove il grand commis aveva prestato servizio dopo il terremoto del 1783, non mancando di frequentare le logge locali e di intrecciare rapporti con gli esponenti più in vista, primo fra tutti Agamennone Spanò, immolatosi nel 1799 insieme allaltro calabrese intimo di Münter, il fine grecista Pasquale Baffi. E proprio lappartenenza di Zurlo alla loggia degli Illuminati, in compagnia di personaggi quali Gaetano Filangieri, Mario Pagano , Nicola Pacifico, voluta da un personaggio scrupoloso e intelligente come Friederich Münter, in buona misura smentisce lipotesi di uno Zurlo affiliato per scopi puramente opportunistici, come pure la sua strabiliante carriera tanto sotto i Borboni che con Gioacchino Murat potrebbe far dubitare.

Ancora anteriore (1768) risulta laffiliazione di Francesco Longano, per la precisione alla "Perfect Union Lodge" di Napoli, dipendente dal Grande Oriente dInghilterra, dalla quale nel 1770 si trasferì alla loggia "LHarmonie" . Longano, che si ricorderà scelto da Antonio Genovesi come suo successore alla cattedra di economia politica, insieme con Mario Pagano, Gaetano Filangieri, Felice Lioy, i fratelli Forges Davanzati, rappresenta la saldatura della massoneria napoletana alla scuola genovesiana, con quella comunità di intenti, quella analogia di spirito, quella coincidenza di motivi cui nuova luce, e nuova documentazione, hanno portato gli studi di Franco Venturi sul Settecento napoletano . E i vincoli fra queste due matrici, al di là della comune retorica , si stringevano via via che gli allievi, maturata lesperienza nella scuola, tornavano nelle loro province e fondavano società agricole, applicavano a piccole o grandi proprietà le direttive concrete, tecnicistiche, che erano il succo del tirocinio genovesiano, dispensato con la ricchezza e la profondità di chi si converte allindustria, alleconomia, al commercio, alle pratiche materiali, dopo anni di studi metafisici; oppure aprivano a loro volta delle scuole, veri centri di formazione come fu, per il Molise, nella Civitacampomarano degli allievi genovesiani Attanasio Tozzi e Francesco Maria Pepe , al cui ammaestramento si forgiarono le punte della cultura molisana dellepoca: Amodio Ricciardi, Nicola Neri, Giuseppe Sanchez, oltre ai civitesi Vincenzo Cuoco, Gabriele e Raffaele Pepe, e Nazario Colaneri che troveremo più avanti, a guida della prima loggia massonica molisana di cui sia documentata lesistenza.

Esiste, nellepistolario di Genovesi , una fitta corrispondenza con la provincia, con ex-allievi ritornati nelle loro terre di origine, che andrebbe minuziosamente riaperta e riesaminata per penetrare sino in fondo a questo connubio tra illuminismo riformatore, concepito nei centri ma incarnatosi allombra della provincia, e massoneria inquadrata nel suo periodo più fecondo e pulito. Su questa linea si porrà lo stesso Zurlo, soprattutto nei suoi anni di governo con Murat: le circolari emanate da ministro dellInterno, con il suo "interesse alla conoscenza concreta e documentata dei problemi che riguardavano la vita del Regno [...], le sue richieste continue sulla natura delle coltivazioni, sulla quantità dei raccolti, sullo stato delle terre incolte, sulla estensione e sulle condizioni dei terreni paludosi, sulla estensione dei boschi e sui tagli che vi si effettuavano" sembrano a volte copie esatte dei carteggi di Genovesi con i suoi vecchi allievi degli Abruzzi o delle Calabrie, intorno allesatto sistema di piantagione dei fagioli o delle patate. È del resto limpronta che assumerà linchiesta murattiana del 1811, nello stile stesso dei suoi diversi relatori; è limpronta di Galanti e, nella sua parte più sana e positiva, più legata alla concretezza dei problemi, anche dellamministratore Vincenzo Cuoco.

Lappartenenza di Cuoco allorganizzazione massonica è rivendicata da Giuseppe Leti, storico e alto dignitario dellOrdine , con una digressione assai interessante intorno allinfluenza che ebbe sulle simpatie massoniche del giovane Manzoni : uninfatuazione ampiamente riversata nel Trionfo della Libertà, scritto a 15 anni e disconosciuto in età più saggia. Più recente la testimonianza di Giordano Gamberini , Gran Maestro della Massoneria italiana dal 1961 al 1970 e persona molto seria. Lepisodio più saliente dellesperienza massonica di Vincenzo Cuoco, probabilmente iniziato a Napoli dai De Attellis, nella cui casa soggiornò a lungo, risale al periodo milanese, ed è la costituzione di una loggia collegata al club di napoletani che a Parigi, sotto la guida del principe di Moliterno, complottava per ripristinare in Napoli la Repubblica partenopea . Il tentativo, che rischiava di mettere in crisi equilibri politici e diplomatici ancora molto fragili, non trovò nessun appoggio da parte delle autorità lombarde, che anzi provvidero a sciogliere la loggia .

Già parecchio nota (discreta parte della storia della massoneria nazionale è anzi stata ricostruita sulla base dei documenti ritrovati fra le sue carte) è lattività massonica del barone Orazio De Attellis: rivoluzionario, guerrigliero, giornalista e pedagogo, personaggio dalla biografia travolgente, sul genere dei più fantasiosi soggetti cinematografici, eroe non si sa per quale ragione sentito poco "molisano". De Attellis arrivò al grado di Gran Maestro del Grande Oriente delle Due Sicilie, ma fu protagonista in prima linea anche in Toscana: durante il suo burrascoso soggiorno nel Granducato, proseguito sullisola dElba come condannato a morte, fra i detenuti politici reclusi nel carcere di Forte Falcone, fu membro della storica loggia degli "Amici della Perfetta Unione.

Nazario Colaneri , di cui abbiamo detto, rivoluzionario del 1799, "viso aperto, modi schietti, uomo di probità" nel ricordo del Tommaseo , compare alla guida della prima loggia propriamente molisana di cui sia documentata lesistenza: la già nominata "Riunione dei Veri Amici", fondata a Campobasso il 28 novembre 1811 . Colaneri, in epoca appena posteriore (1813), figura anche nella lista degli Officiali Ordinari del Grande Oriente di Napoli, insieme a tale Giuseppe Scioli, "prete", probabilmente originario di Monteroduni, Esperto nel Gran Capitolo dei Gradi. Al fianco di Colaneri, a guida della "Riunione dei Veri Amici", è Berardino Musenga ), architetto con lanimo dartista e cuore sensibile, cultore delleuritmia e sperimentatore delle teorie illuministe in quellarte così distante dal terreno elettivo dei Genovesi e dei Galanti, morto suicida dopo il fallimento del suo progetto di riedificazione della chiesa della Trinità che era crollata con il terremoto del 1805.

Unaltra loggia, denominata "Aurora Boreale", sorta a Campobasso non è dato sapere se succedendo o affiancandosi alla "Riunione dei Veri Amici", e poi demolita, cioè sciolta, nel 1820, fu ricostruita, conservando lo stesso nome, solo nei primi anni Ottanta del secolo scorso. Maestro Venerabile, ossia capo loggia, era Andrea Bosio, cognato di Francesco Bucci, altro massone di primo piano, che sarebbe stato per più di vent'anni sindaco di Campobasso. Bosio, funzionario dell'Intendenza di Finanza, ebbe in quel ruolo una carriera rapidissima, al punto da sollevare le reazioni della fazione cittadina opposta, che si era riunita sotto le insegne della Lega per bene e aveva come suo organo di stampa "L'Unione", giornale che si sarebbe distinto per la prima, vera campagna antimassonica della storia molisana, a fronte di una presenza della massoneria che nelle istituzioni del capoluogo incominciava a straripare: pressoché interamente occupati erano allepoca lamministrazione comunale, il Municipio stesso per la presenza del potentissimo segretario capo, Michele DAlena; la Banca Popolare Cooperativa; la Camera di Commercio; il Comizio Agrario, il più solido organo di stampa della città (il "Sannio" di cui diremo); le principali organizzazioni di carità del capoluogo, il Circolo del tiro a segno, in cui si riuniva il meglio della borghesia locale, fino al locale Club Alpino, presieduto dallo stesso Bosio, che andava affermandosi come altro, prestigioso luogo di riunioni: "la presenza di propri rappresentanti nelle principali istituzioni cittadine" era uno dei risultati di cui la massoneria locale più andava orgogliosa, come avrebbe dichiarato lo stesso Bosio nella relazione stesa alla fine del suo mandato di Gran Maestro della Loggia "Aurora Boreale", ascrivendo ai suoi meriti anche la mobilitazione per far fronte allepidemia di colera del 1884, con spedizione di carichi di arance e di riso verso le zone della provincia più flagellate dal morbo (il mandamento di Castellone al Volturno).

Allontanatosi Bosio, rifatte le elezioni, nuovo Maestro Venerabile venne nominato un puro rappresentante indigeno, Giacomo DOnofrio (altro cognato del sindaco Bucci) avvocato e filosofo, positivista e neoscettico sulle orme di Gaetano Trezza, non a caso già assiduo collaboratore della "Libertà" di Rocco Escalona, questultimo certamente non estraneo alla ripresa massonica molisana dopo sessanta anni di oscurità . Oratore nello stesso consesso era Lorenzo De Luca, barone di Pietralata, solido per quanto chiacchierato pubblicista, corrispondente della "Tribuna", direttore di una prima serie del periodico "Il Sannio", di Campobasso, dal 1882 , di una seconda serie dal 1901, nel 1902 animatore delleccellente giornale socialista "Vita Nuova", di Guglionesi, strumento di promozione della Unione Popolare Cooperativa.

"Il Sannio" sarà per lungo periodo l'organo della massoneria cittadina, e come tale fonte di preziose informazioni su un'organizzazione assai meno segreta di quanto sia stato tramandato. Da queste pagine si apprenderà della lunga militanza massonica di Nicola De Luca, padre di Lorenzo, il cui necrologio (stilato da Francescantonio Marinelli) apparirà contornato di vistose simbologie massoniche, e della affiliazione di altri personaggi molisani illustri come Michelangelo Jacampo, di Vinchiaturo, patriota della Giovane Italia già nel 1831 (a 14 anni), salutato come "uno fra i più nobili operai addetti allerezione del nostro mistico tempio" nel discorso funebre tenuto da Lorenzo De Luca a nome dei "fidi seguaci dellucciso Hiram Abi". Onoranze massoniche toccheranno anche agli scomparsi fratelli Ferdinando Barone, della grossa famiglia di industriali di Baranello, e Domenico Altobello novantenne, avvocato dai solidi trascorsi liberali.

Lo stesso giornale con una massiccia campagna sarà al fianco del massone Pietro Sbarbaro, l'uomo che aveva messo a soqquadro il mondo politico di quegli anni con una raffica di best-seller scandalistici e con i suoi giornali, "Le Forche Caudine" e il "Nabab", che sarebbe costato al suo editore, Angelo Sommaruga, la completa rovina e lesilio in Sudamerica. Segretario della loggia "Aurora Boreale" era Desiderio De Feo, altro garibaldino, che da consigliere provinciale, molto si darà da fare per liniziativa massonica delle "cucine economiche", unorganizzazione di mense semigratuite per i poveri voluta dalla locale Congregazione di Carità , e altrettanto, con maggior fortuna, per la annosa questione ferroviaria del Molise che lo vedrà a un certo punto fra i protagonisti .

Nellorganigramma dei dignitari della "Aurora Boreale" anche lingegnere Gustavo De Luca, cugino di Lorenzo, direttore dei lavori nella costruzione dellacquedotto di Monteverde, inaugurato nel 1889, e protagonista dei furiosi scandali che avrebbero segnato le sorti dell'amministrazione comunale di Francesco Bucci, rovesciata ai primi del Novecento dal deputato Michele De Gaglia, altro affiliato alla "Aurora Boreale". Da questo punto (forse in conseguenza della precoce scomparsa di Giacomo D'Onofrio, forse per il dissesto economico della Banca Popolare Cooperativa) della loggia "Aurora Boreale" si perderanno le tracce nei documenti ufficiali del Grande Oriente dItalia, non risultando né tra le logge "attive" e parecchio puntuali e disciplinate, anzi "prodigiosamente operosa" come era stato per tutto il 1884-1885, né tra quelle "in sonno", né tra quelle morose, né tra quelle "demolite".

Le riunioni, i rituali, i maneggi proseguiranno con tutta probabilità nelle camere più riposte, nei capitoli e nei consigli di cui si è parlato, molto in linea con la politica elitaristica dellallora Gran Maestro della Massoneria nazionale, Adriano Lemmi, che proprio in quegli anni (1885) avviava il programma che avrebbe fatto della massoneria una vera e potente organizzazione classista della borghesia: solidarismo e spirito egualitario nella propaganda e nei proclami, elitarismo, e tassa di 100 lire per ogni aderente, caso mai a qualche lavoratore fosse venuta la tentazione, nelle concrete applicazioni. A Campobasso trovava senzaltro terreno molto fertile.

Silenzio, quindi, ufficiale, sino alla fine del primo decennio del Novecento, quando, dopo la burrascosa scissione voluta da Saverio Fera, che avrebbe visto fra i protagonisti una numerosissima loggia isernina misteriosamente sorta nel frattempo (la "Cesare Battisti"), oltre al già molto potente Enrico Presutti, gli equilibri si sarebbero velocemente ricomposti dando vita a unepoca di vero boom, con un grande intrecciarsi di logge e di triangoli, capitoli, sublimi aeropaghi fra Isernia, Campobasso, Riccia, Agnone, San Martino in Pensilis, Termoli, Larino, con protagonisti molto in vista, da Giulio Colesanti a Michele Cervone ); Eugenio Cirese, che fu direttore di "Battaglie di Lavoro", organo notorio, confesso e parecchio velenoso della massoneria del capoluogo; i giornalisti Vincenzo Bevilacqua e Michele Maiorino ; gli insegnanti Antonio Di Lullo , Giuseppe Tombara (direttore della Scuola Normale Femminile di Campobasso) , Antonio Zappetta , i professionisti isernini Alessandro Perna e Vincenzo DApollonio ; i deputati Carusi, Baldassarre, Marracino, Presutti, Pietravalle, Veneziale, Cannavina (che da senatore si oppose con molta lealtà alla legge fascista di soppressione della massoneria) e quanti altri che sarebbe lungo enumerare, finché i fascisti, nel 1925, non prima di aver invaso e devastato, a Termoli, la loggia "Ernesto Nathan" da poco inaugurata, misero lorganizzazione fuori legge, provocando una fuga generale, e lesodo verso le tessere fasciste a tutti tristemente noto.

 

Vi pregherei di tener presente che l’articolo “Massoneria molisana, primi cenni”, riportato in questi giorni sul vostro quotidiano, è stato pubblicato a mia firma sulla rivista «L’Arcolaio», luglio 1996, pp. 7-21, e poi, in edizione aggiornata, sul sito web della rivista «Sannitica»: http://utenti.lycos.it/sannitica/massoneria.htm 
Da lì, presumo, è stato poi riportato sul forum “People of the Sun”.
Cordialità.
Michele Tuono

 

 
 
 
 
 
 
 
 

  

dal 31 maggio 2008

 
 

 

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