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 Il cronista, giorno dopo giorno, agita il lamento con manate di parole
ormai senza ordine convenzionale, addirittura invocando l’eutanasia di
questa Regione, per riaccorparla ad altre.
Il Molise, fortemente voluto, disegnato, ridisegnato, curato con amore
per i bisogni di un popolo che, per quanto circoscritto, ha da sempre
saputo raccontare se stesso con fierezza e dignità, è messo in
discussione.
In questi nostri anni, sempre più bilicati e divaricati, i tempi non ci
lasciano più tempo e il buco in cui ci sono i problemi che cadono
dentro, ingigantisce senza ritegno.
E’ convincimento diffuso ormai che il nostro sistema regionale opera in
equilibrio di sottosviluppo, in un clima di diffusa stanchezza e di
crescita rallentata, dove la polivalenza di intenzioni, istanze e
bisogni è entrata nel ciclo calante, avviluppata in una crisi sociale,
nel dissesto economico, nella confusione politica. Abbiamo bisogno di
attingere alla vivida genialità, alla freschezza delle idee, alla voglia
di ricostruire una Regione a misura d’uomo e quindi di porci alla
ricerca dello scoccare dei ritmi del tempo passato. Ritmi segnati, come
pietre miliari della nostra storia di molisani, dai Padri della Regione
Molise; da chi, cioè ideava e sognava, si disperava e faceva, progettava
e costruiva, quasi sempre con molta modestia, il disegno di una Regione
e di un popolo che fossero anche espressione geografica ma capaci di
innervarsi nel tessuto organico e progredito dell’Italia che conta.
Quello scoccare dei ritmi del tempo passato ha prodotto un improvviso e
inesorabile colpo di gong e che si rincorre negli ultrasuoni della
memoria, inducendo i testimoni a trascrivere lo spartito degli autori,
affinché questo bacillo del passato possa rimettersi in circolo nei
molisani d’oggi e soprattutto in quella che è rimasta come classe
dirigente politica cui sono affidate le sorti del Molise.
Lo spartito ha Autori ragguardevoli e ciascuno merita di essere
rivisitato, per dare un nome alle Fondovalli che hanno tolto il Molise
dall’isolamento; all’opera grandiosa del viadotto del Liscione, alla
FIAT e ai Nuclei Industriali; all’Università del Molise; alla Corte di
Appello; all’Università Cattolica; alla Provincia d’Isernia e quindi
ripercorrere quelle tappe che hanno fatto del Molise una Regione
potenzialmente vivibile e progredita.
Noi di XX REGIONE - oggi quotidiano telematico molisano che fonda la sua
autorevolezza nei numeri dei lettori (400.000 visite, oltre 1.800.000
pagine visitate da tutto il mondo) e nato come periodico cartaceo,
diretto dal sottoscritto, sin dal 1974 e che quindi ha accompagnato,
come diretto testimone, la nascita e il progresso della Regione - ce lo
proponiamo..
Se avremo materiale sufficiente, pubblicheremo gli spartiti di ogni
autore.
Iniziamo il “viaggio” con Vittorino Monte, il deputato nato “contadino”
che riuscì a conseguire la 6ª elementare con scuole serali, cocciuto,
caparbio, fiero, onesto, perspicace e tenace, capace, attivo e
combattivo, che seppe meglio di chiunque altro nel Molise, coniugare
intuizione ed esperienza operando e guidando la “civiltà contadina”
(negli anni 70, oltre il 70% del reddito prodotto e della popolazione
molisana gravava sul lavoro dei campi). Era stato chiamato, questo
modesto figlio del Molise, ad operare in una realtà in movimento lento,
chiamato a spezzare il cerchio del sottosviluppo economico e culturale
della regione con interventi decisi e di rottura, dovendo piegare
resistenze psicologiche ai mutamenti che stavano avvenendo nei rapporti
tra le classi e che richiedevano a lui, autodidatta, forgiato all’arena,
campo e materia dell’agire, del fare (politica) un continuo e
sostanziale aggiornamento di mentalità. Egli ha operato in tutta la sua
lunga vita, meritata di essere vissuta, in un settore, quello dei
coltivatori, di cui era capo incontrastato e proclamato. E’ vissuto
dove si possono rinvenire testimonianze dirette di stati di allarme e di
protesta, per cogliere conferme e confutazioni, tra fatti sociali
stancamente tramandati, nella congenita deficienza di spirito
associativo. Nel suo Molise, problema periferico del Paese.
E, per un miracolo di pazienza e costanza, i corpi economici si sono
messi in moto lentamente, spesso invisibilmente, e s’accese la fiammella
di un avvenire migliore per il Molise. Il suo spartito parla di
agricoltura, ma anche di realizzatore della Fondovalle del Biferno e del
Viadotto del Liscione, due opere monumentali e importantissime per il
Molise; parla della sua idea di sfruttare il “disegno governativo” delle
città-satelliti per creare, con l’indimenticabile on. Lino Vitale che
aveva le stesse doti di Monte di realizzatore, la città satellite del
CEP a Campobasso; e ci dice dell’idea geniale, poi materializzata della
lunga Galleria della Nunziata Lunga.
Chi leggerà la storia personale di questo eccezionale protagonista della
nascita e dello sviluppo della nostra Regione, rimarrà incantato,
affascinato dalle idee, dai propositi, dagli insegnamenti di questo
grande e saggio figlio di Molise che così si presenta a noi: “Mio padre,
minatore negli USA aveva davanti a sé avvenire e miraggi economici. Ma
rifiutò quel futuro perché egli disse a chi tanto gli prometteva, che
gli Stati Uniti si erano “imbarbariti” con l’introduzione del “divorzio”
e volle tornare in Italia, nella sua campagna per poter respirare aria
pura, pulita, genuina, dalle salde radici e tradizioni familiari”.
Conclude il suo impegno politico, con l’accorato invito ai giovani
molisani di partecipare alla vita politica, al voto, alla scelta e alle
preferenze e alla rappresentanza. “I Giovani devono capire cosa può fare
un singolo uomo, per quanto modestissimo come me, un singolo politico
scelto dal popolo, per la soluzione dei problemi della propria terra, e
quindi per lo stesso futuro degli stessi giovani, come posso vantarmi,
con umiltà, di aver potuto fare io”
Tanta era la sua smania di fare e di consumarsi per la sua gente che non
esitò a mettere in bella vista, alle sue spalle, nella stanza di lavoro,
una targa su cui c’era scritto: “Dio benedica chi non mi fa perdere
tempo”.
Desideriamo concludere, con un aneddoto di vita vissuta, che meglio
riflette l’immagine di Vittorino Monte. Ce lo dice lui, con quella sua
rara vena affabulatoria che esorcizzava con l’enfasi caricaturale,
godibile quanto mai allorché racconta le sue storie
In una sala angusta ma gremitissima di contadini, a Ferrazzano, egli -
Presidente della Coldiretti - concluse il suo intervento dicendo: “Vi
voglio assicurare che ci batteremo perché deve essere riconosciuta la
pensione anche a chi coltiva la terra”. Forte, solenne, si levò
nell’aria una sonora pernacchia. Era lo sberleffo che di solito si
riserva a chi la spara grossa. Ebbene, quando, di lì a qualche tempo, fu
introdotta la pensione per i coltivatori diretti l’anonimo autore del
gestaccio, confessò all’on. Monte il suo sincero pentimento e
l’afflizione per non avergli creduto e di aver dubitato della sua
capacità di creare quelle condizioni per un sogno impossibile.
Ecco, questi fu l’on. Vittorino Monte, figlio del Molise e di questa
terra meridionale, “la quale, se non durammo fatica ad intendere quanto
poco fosse amica dell’uomo, sentimmo perciò appunto di dovere,
misteriosa e muta com’è, perdutamente amare”. |