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Si
è parlato parecchio in questi giorni di Celestino V e finalmente
qualcuno ha speso parole in difesa di Celestino V, contro l’ignominia
del “gran rifiuto”, da sette secoli ingiustamente attribuito al santo
del Morrone. Mi riferisco a Mons. Giancarlo Bregantini la cui
autorevolezza e fuori discussione.
Mi permetto intervenire sull’argomento con qualche annotazione.
Dante certamente non si riferiva a Celestino V quando scriveva i versi
“Vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran
rifiuto”, nonostante una certa critica, più per riproposizione
pappagallesca, che per attenta esegesi, continui a riproporlo. Anche se
ci sono stati critici autorevoli – non ultimo Giovanni Pascoli – che
hanno cercato di far luce su quei due versi. E uno studioso abruzzese,
il compianto Giovanni Iannucci, ha pubblicato diversi libri in
proposito.
ecco alcune considerazioni:
1) L’uomo del “gran rifiuto” è Pilato, colui che fece “il” gran rifiuto
– unico e irripetibile, perché si rifiutò di giudicare Gesú – non “un”
gran rifiuto. Una rinuncia al papato si potrebbe sempre ripetere.
2) Nella “Commedia” non si parla mai di Pilato (a parte una citazione a
proposito di Filippo il Bello, definito “il Nuovo Pilato”): è mai
possibile che Dante si sia dimenticato di lui, mentre nella sua opera
compaiono tutti i personaggi, anche quelli minori, del processo a Gesú?
3) È mai possibile che Dante fosse tanto perfido da collocare
all’inferno Celestino V solo perché, a causa della sua abdicazione, era
salito al soglio pontificio Bonifacio VIII, che Dante non amava?
4) Dante dice «vidi e ‘conobbi’ l’ombra di colui / che fece per viltade
il gran rifiuto» e non «vidi e ‘riconobbi’». Cioè: ebbe modo di
conoscere. Ma già conosceva Celestino V e avrebbe dovuto scrivere
“riconobbi”.
5) È possibile parlare di “viltade” a proposito della rinuncia di
Celestino V? In realtà – e questo lo dice anche Mons. Bregantini –
dimostrò grande coraggio, sia opponendosi a una Chiesa secolarizzata,
sia trasferendo il papato a Napoli. E anche tornando a fare l’eremita
sul Monte Morrone, rinunciando a ogni privilegio.
6) Dante scriveva le pagine dell’“Inferno” nei primi anni del XIV quando
Celestino V era stato già beatificato – con il nome di San Pietro
Celestino – e non è credibile che il Poeta, sempre in linea e rispettoso
della Chiesa, collocasse all’Inferno un santo.
7) Quello di Celestino V non fu un “rifiuto”, ma caso mai una
“rinuncia”. Rifiuto sarebbe stato se non avesse mai accettato l’elezione
a papa.
Sarebbe ora di affrancare la figura di Celestino V da un’ignominia che
gli è stata addossata per secoli. |
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