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Pilato e non Celestino V l’uomo del “gran rifiuto”

07-09-2009

Si è parlato parecchio in questi giorni di Celestino V e finalmente qualcuno ha speso parole in difesa di Celestino V, contro l’ignominia del “gran rifiuto”, da sette secoli ingiustamente attribuito al santo del Morrone. Mi riferisco a Mons. Giancarlo Bregantini la cui autorevolezza e fuori discussione.
Mi permetto intervenire sull’argomento con qualche annotazione.
Dante certamente non si riferiva a Celestino V quando scriveva i versi “Vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto”, nonostante una certa critica, più per riproposizione pappagallesca, che per attenta esegesi, continui a riproporlo. Anche se ci sono stati critici autorevoli – non ultimo Giovanni Pascoli – che hanno cercato di far luce su quei due versi. E uno studioso abruzzese, il compianto Giovanni Iannucci, ha pubblicato diversi libri in proposito.
ecco alcune considerazioni:
1) L’uomo del “gran rifiuto” è Pilato, colui che fece “il” gran rifiuto – unico e irripetibile, perché si rifiutò di giudicare Gesú – non “un” gran rifiuto. Una rinuncia al papato si potrebbe sempre ripetere.
2) Nella “Commedia” non si parla mai di Pilato (a parte una citazione a proposito di Filippo il Bello, definito “il Nuovo Pilato”): è mai possibile che Dante si sia dimenticato di lui, mentre nella sua opera compaiono tutti i personaggi, anche quelli minori, del processo a Gesú?
3) È mai possibile che Dante fosse tanto perfido da collocare all’inferno Celestino V solo perché, a causa della sua abdicazione, era salito al soglio pontificio Bonifacio VIII, che Dante non amava?
4) Dante dice «vidi e ‘conobbi’ l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» e non «vidi e ‘riconobbi’». Cioè: ebbe modo di conoscere. Ma già conosceva Celestino V e avrebbe dovuto scrivere “riconobbi”.
5) È possibile parlare di “viltade” a proposito della rinuncia di Celestino V? In realtà – e questo lo dice anche Mons. Bregantini – dimostrò grande coraggio, sia opponendosi a una Chiesa secolarizzata, sia trasferendo il papato a Napoli. E anche tornando a fare l’eremita sul Monte Morrone, rinunciando a ogni privilegio.
6) Dante scriveva le pagine dell’“Inferno” nei primi anni del XIV quando Celestino V era stato già beatificato – con il nome di San Pietro Celestino – e non è credibile che il Poeta, sempre in linea e rispettoso della Chiesa, collocasse all’Inferno un santo.
7) Quello di Celestino V non fu un “rifiuto”, ma caso mai una “rinuncia”. Rifiuto sarebbe stato se non avesse mai accettato l’elezione a papa.
Sarebbe ora di affrancare la figura di Celestino V da un’ignominia che gli è stata addossata per secoli.

 

 

Amerigo Iannacone

 
 
 
 
 
 
 

  

dal 31 maggio 2008

 
 

 

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